
In un'epoca in cui in campo sportivo vengono valorizzati la volontà, l'impegno e la capacità di conseguire obiettivi sempre più ambiziosi (il famoso self-made man, di stampo americano), vi sono tuttavia delle eccezioni. E' del tutto naturale che un atleta evoluto persegua, attraverso un duro e costante training, la vittoria nelle competizioni a cui prende parte. In molti casi invece si assiste ad un fenomeno che mostra la centralità delle dinamiche mentali, delle credenze profonde e delle emozioni nel guidare i comportamenti: stiamo parlando della "Nikefobia". Nikefobia letteralmente significa "paura della vittoria". È un fenomeno "sommerso" per cui un atleta (di qualsiasi ambiente e livello sportivo) seppur dotato di grandi potenzialità, non raggiunge mai livelli elevati di prestazione sportiva a causa di propri comportamenti specifici che assumono le sembianze di un vero e proprio "auto sabotaggio". Ad esempio, la persona può rendere di più in allenamento che in gara, mancare sistematicamente gli appuntamenti sportivi più importanti e/o fallire in prossimità di un successo assicurato. La "paura di vincere", razionalmente, non si giustifica, eppure esiste. Addirittura molti ricercatori indicano in una percentuale che va dal 20 al 30% il numero di atleti che, in maniera più o meno evidente, ne soffre. Aver "paura di vincere" può sembrare un paradosso, un controsenso; lo scopo dello sport, inutile negarlo, è soprattutto vincere. Allora perché molti atleti, quando sono ad un passo per poterlo fare, innescano un meccanismo inconsapevole per non vincere? La nikefobia è una manifestazione psichica che può essere determinata da svariate circostanze di vita, sportiva e non, e dai comportamenti o reazioni che si sono venuti a strutturare rispetto all'avere successo. Spesso vengono rintracciate negli atleti che ne soffrono delle "idee o immagini mentali inibenti" (molte volte poco consapevoli o comunque poco elaborate) associate al successo, come la convinzione che il successo possa impedire altri progetti di vita, che richieda delle abilità che si ritiene di non possedere o la paura che esso porterà alla realizzazione di una "vendetta ideale" che genera colpa nel soggetto. Altre volte può derivare dal convincimento di non poter più ripetere una prestazione eccellente inaspettatamente arrivata nel corso della propria carriera, oppure dal continuo procrastinare della dimostrazione del proprio valore che ingigantisce la paura della responsabilità e delle aspettative a cui può essere chiamato a rispondere rispetto ai compagni/avversari, allenatore e familiari. In altri casi ancora può colpire l'atleta a seguito di un suo successo inaspettato e repentino, che lo "strappa" dalle proprie abitudini, dal proprio ambiente e da tutto ciò che per lui prima era rassicurante e prevedibile. In questa situazione, seppur inconsapevolmente, l'atleta può attuare comportamenti tali da permettergli di tornare alla situazione precedente, rifiutando i benefici della vittoria. In tutti questi casi è importante per l'atleta rendersi conto di avere un "blocco" di carattere psicologico per potersi poi interrogare con coraggio su quali siano le ansie e i timori profondi con cui il successo lo mette a contatto.
di Laura Carta www.egovista.it
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